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Mio figlio non ha voglia di studiare: cosa fare davvero

Un figlio che non ha voglia di studiare quasi sempre ha un motivo preciso: come capirlo, cosa dire a casa e cosa fare prima della pagella di dicembre.

di Gaetano Livornese

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«Mio figlio non ha voglia di studiare»: è la frase con cui comincia metà delle conversazioni con i genitori a novembre, e sotto c’è sempre la stessa domanda, «come lo motivo, adesso?». Il momento non è casuale. Siamo ai primi di novembre: nelle scuole a trimestre lo scrutinio e la prima pagella cadono a metà dicembre, fra circa sei settimane; nelle scuole a quadrimestre la pagella arriva a fine gennaio, ma il voto del primo periodo si sta formando comunque adesso, con le ultime verifiche e interrogazioni. Sei settimane sono poche per cambiare un carattere e abbastanza per cambiare un voto, se si agisce sulla cosa giusta.

Il problema è che «non ha voglia» non è una causa, è un sintomo: da fuori sembra pigrizia, da vicino è quasi sempre la conseguenza di qualcos’altro.

«Non ha voglia» è quasi mai pigrizia pura

Uno schema che si ripete spesso: un ragazzo parte bene a settembre, a ottobre prende un voto basso, a novembre evita lo studio come si evita una stanza in cui è successo qualcosa di spiacevole. Per i genitori è un calo di impegno. Per lui è un modo, poco efficace ma comprensibile, di proteggersi dalla sensazione di essere incapace.

Le cause più frequenti sono cinque, più una sesta da tenere separata.

1. Lacune accumulate. Se mancano le basi, ogni capitolo nuovo è una salita: si prova, non si capisce, ci si frustra. Dopo qualche settimana studiare smette di essere un compito e diventa un disagio. Non «non vuole»: non riesce a cominciare perché sa già come andrà a finire.

2. Metodo inefficace. Studia ore, rilegge, sottolinea, e prende comunque 5. Dopo un po’ conclude che impegnarsi non serve e smette. È la causa più ingiusta, perché colpisce proprio i ragazzi di buona volontà.

3. Ansia ed evitamento. Rimanda perché ha paura del voto. Aprire il libro significa guardare quanto non sa; rimandare dà sollievo subito, e il conto arriva dopo.

4. Distrazioni. Telefono sempre a portata di mano, orari diversi ogni giorno, studio alle undici di sera a energie finite. Non è disinteresse per la scuola: è un ambiente in cui concentrarsi è molto difficile.

5. Mancanza di senso. «A cosa mi serve?». In certe materie e in certi momenti la domanda è sincera, e chi non vede il collegamento con qualcosa che gli importa spende poca energia.

6. Segnali che vanno oltre la scuola. Umore basso che dura da settimane, ritiro dagli amici e dalle cose che prima piacevano, sonno alterato, irritabilità nuova e persistente. Qui lo studio è solo la parte visibile. Non è compito di un tutor né di un post: il primo passo è parlarne con il pediatra o con lo psicologo scolastico, se la scuola lo prevede. Non faccio diagnosi, e non invito a farle: se riconoscete questi segnali, lo studio può aspettare e la persona no.

Le cause si combinano: una lacuna alimenta l’ansia, l’ansia l’evitamento, l’evitamento allarga la lacuna. Conviene capire da dove cominciare.

Come capire quale causa è: tre domande da fare con calma

Serve un momento tranquillo: non la sera del voto brutto, non a tavola con tutti, non mentre sta uscendo. Meglio un tragitto in macchina o una passeggiata, dove non ci si guarda negli occhi. Tre domande, fatte con curiosità vera e ascoltando la risposta fino in fondo, senza correggere né commentare: basta «ok, grazie di avermelo detto». La conversazione utile è quella che si può ripetere la settimana dopo.

«Cosa succede quando ti siedi a studiare?» «Non capisco niente» punta alle lacune. «Ci metto tre ore» o «studio e poi mi dimentico» punta al metodo. «Controllo il telefono, non riesco a cominciare» punta a distrazione o evitamento. «Mi viene l’ansia» è già una risposta chiara.

«In quale materia ti blocchi per primo?» Raramente il blocco è generale. Di solito c’è una materia da cui parte l’effetto domino, spesso matematica o fisica ma può essere latino o inglese: andare male lì contamina l’umore verso tutto lo studio. Sapere qual è dà la mappa del lavoro.

«Cosa ti aspetti dalla pagella?» Molti genitori la evitano per paura della risposta, ma è preziosa: chi si aspetta «un disastro» e chi si aspetta «un 6 risicato» hanno bisogno di cose diverse. E se la previsione è più nera della realtà, saperlo è già un sollievo.

Cosa non fare

Alcuni comportamenti sembrano ragionevoli e peggiorano quasi sempre le cose.

  • Minacce e ricatti («niente telefono finché non risalgono i voti»). Funzionano qualche giorno, poi lo studio diventa il luogo della punizione e l’evitamento cresce.
  • Il confronto con fratelli o compagni. Non motiva, umilia, e l’umiliazione è il contrario della voglia di provare.
  • Togliere in blocco sport e amici. Sono spesso le uniche cose che ancora vanno bene, quindi le uniche fonti di sensazione di competenza. Si negoziano gli orari, non si cancella ciò che tiene su l’umore.
  • Controllare ogni compito, ogni sera. Sposta la responsabilità dal ragazzo al genitore. Un approccio più equilibrato è in come aiutare con i compiti senza farli al posto suo.
  • «Devi impegnarti di più». Non dice cosa fare di diverso, solo di ripetere con più fatica ciò che non ha funzionato.

Cosa fare nelle sei settimane

Poche regole semplici, non un piano gigantesco.

Un obiettivo piccolo e misurabile. Non «recuperare tutto»: una materia e un voto di fine trimestre realistico, per esempio dal 4 al 6, non dal 4 all’8. Un obiettivo impossibile è una conferma anticipata del fallimento. Scrivetelo insieme.

Partire dalla materia in cui il recupero è più rapido. Non per forza la più grave: quella in cui poche ore ben usate spostano il voto. Una piccola vittoria lì ridà l’idea che studiare produca qualcosa, e quell’idea si estende alle altre materie.

Sessioni brevi con una regola semplice. Venticinque o trenta minuti di studio vero, poi cinque di pausa, con il telefono in un’altra stanza: se resta sulla scrivania, una parte dell’attenzione resta lì.

Dare scelta sul quando e sul dove, non sul se. «Alle quattro o dopo cena? In camera o in cucina?».

Il colloquio con il docente. Se il problema è una materia sola, un colloquio con domande precise vale più di dieci ipotesi fatte a casa. Cosa chiedere e come leggere le risposte è in colloqui con i professori: cosa chiedere.

Feedback e piccole vittorie. Dopo ogni verifica, meglio «cosa è andato meglio dell’ultima volta?» di «quanto hai preso?». Mezzo punto in più o un esercizio che prima era sbagliato e ora è giusto sono dati reali. Chi è demotivato ha smesso di vedere i progressi, e i genitori possono fare da memoria. Se i voti arrivano lentamente, si può far fare una prova senza voto per vedere dove si perde: sul simulatore delle verifiche di liceo ci sono prove per anno e argomento, da fare a casa senza che nessuno guardi il punteggio.

Se il voto è già insufficiente, prima pagella e insufficienze spiega come si forma; per la prima insufficienza c’è questo post.

Primo caso-tipo: «studia ore, ma non prende voti»

Un caso-tipo costruito per capire lo schema, non la storia di una persona vera. Un ragazzo di seconda superiore passa i pomeriggi sui libri. In matematica ha 5, in scienze 5,5. Dopo l’ennesimo 5 dice: «tanto è inutile, studio e non cambia niente». I genitori rispondono «ma se non studi!», oppure «allora devi studiare di più». La prima frase è falsa, la seconda non dice cosa cambiare.

Cosa succede probabilmente. Studia in modo che dà l’illusione di sapere: rilegge, sottolinea, ripete guardando il libro. Riconosce tutto, quindi gli sembra di sapere. Alla verifica deve produrre, non riconoscere, e lì cade. Non manca impegno: manca un metodo che renda, e il ragazzo comincia, giustamente, a concludere che l’impegno non serve.

Cosa dire a casa.

  • «So che passi tanto tempo sui libri. Voglio capire come studi, non quanto: me lo fai vedere?»
  • «Cambiamo una cosa sola per due settimane: dopo aver letto, chiudi il libro e rifai un esercizio, o spiegalo a me a voce.»
  • «Hai ragione che così non funziona. Non è che non ti impegni: è che il metodo non ti restituisce niente.»

Cosa evitare: «devi studiare di più» (stesso metodo, più fatica, stesso risultato) e «allora non ti impegni abbastanza» (il ragazzo sa che è falso e smette di fidarsi).

Cosa cambia in sei settimane. Una materia (per esempio matematica), una sola modifica di metodo, sessioni brevi con prova finale a libro chiuso. Dopo due o tre verifiche si vede se il voto si sposta; se si sposta, la motivazione torna perché ha un motivo concreto per esistere, non perché qualcuno l’ha convinta.

Secondo caso-tipo: «rimanda tutto»

Un altro caso-tipo, costruito. Una ragazza di quarta superiore prende un voto basso in fisica, poi uno in italiano. Da allora ogni sera «prima fa altre cose»: sistema la scrivania, risponde ai messaggi, guarda un episodio. Alle undici ha ancora tutto da fare, studia male e va a letto tardi. I genitori vedono una figlia che «non ha voglia di fare niente» e si arrabbiano. Lei, se glielo si chiede con calma, dice: «appena mi siedo mi viene l’ansia, e allora faccio altro».

Cosa succede probabilmente. Evitamento. Studiare significa guardare quanto non sa, e fa male; rimandare dà sollievo subito e il conto arriva dopo, confermando la paura. Più rimanda, più ha motivo di temere. Non è mancanza di volontà: è una trappola che si autoalimenta.

Cosa dire a casa.

  • «Mi sembra che sederti a studiare ti metta a disagio. È così?»
  • «Non devi studiare due ore stasera. Dieci minuti, solo il primo esercizio di fisica, poi decidi tu se continuare.»
  • «Non mi interessa il voto di questa settimana. Mi interessa che la sera non sia più un peso.»

Cosa evitare: «sei sempre sul telefono» (è l’effetto, non la causa) e «se continui così ti bocciano» (aumenta l’ansia, quindi l’evitamento).

Cosa cambia in sei settimane. Non conta tutto lo studio, conta abbassare la soglia d’ingresso: dieci minuti, una cosa piccola, a un’ora fissa. Due o tre sere in cui comincia e non succede nulla di grave valgono più di una predica. Se l’ansia è forte anche in classe, gestire l’ansia da verifica in fisica e matematica propone un allenamento sotto le stesse condizioni della prova. E se l’ansia è grande, persistente e non legata solo alla scuola, siamo nel punto 6: pediatra o psicologo scolastico, non un altro consiglio di metodo.

Quando può servire un aiuto esterno

Un tutor è uno strumento fra gli altri, e non sempre il primo. Se la causa è una lacuna precisa, qualcuno che la individua e la chiude fa risparmiare settimane di frustrazione. Se è il metodo, vedere qualcuno che ti guarda studiare e ti dice «qui rileggi, qui produci» spesso funziona meglio di cento consigli generici. Se è evitamento, un adulto fuori dalla famiglia, senza la storia dei litigi, a volte riesce a far cominciare ciò che a casa si è inceppato. Se sono distrazioni o mancanza di senso, di solito servono prima accordi a casa e un colloquio con i docenti. I segnali per decidere sono in quando servono le ripetizioni.

Un limite onesto: queste sono indicazioni generali. Non conosco vostro figlio e non posso dire quale causa sia la sua. Sei settimane non risolvono un problema che dura da anni, e un voto non sale solo perché a casa il clima è migliorato. Quello che si può ottenere è una direzione chiara e un primo risultato, che di solito è ciò che cambia l’atteggiamento. E se la fatica sembra sproporzionata, rivolgersi a un professionista della salute non è ammettere una sconfitta.

Checklist per le prossime sei settimane

  • Ho fatto le tre domande, in un momento tranquillo, senza commentare le risposte?
  • Ho capito quale causa pesa di più: lacune, metodo, ansia, distrazioni, senso?
  • Ho preso sul serio i segnali che vanno oltre la scuola (umore basso persistente, ritiro, sonno)?
  • Abbiamo scelto una materia e un voto di fine trimestre realistico, scritto?
  • Partiamo dalla materia dove il recupero è più rapido?
  • Sessioni di 25-30 minuti, telefono in un’altra stanza?
  • Ho fissato il colloquio con il docente della materia critica?
  • Dopo ogni verifica chiedo «cosa è andato meglio?» prima di «quanto hai preso?»?
  • Ho evitato minacce, confronti, tagli in blocco a sport e amici, controllo di ogni compito?
  • Per le vacanze ho un piano leggero, come quello in compiti e ripasso a Natale?

Per far fare una prova senza voto e capire dove si perde, sul simulatore delle verifiche di liceo si sceglie anno e argomento e si lavora a casa, senza pressione. La risposta corretta è gratis; la soluzione guidata passo per passo si sblocca con la prima lezione, se un giorno vorrete usarla.

Se dopo aver letto non vi è chiaro quale causa sia la sua e vorreste un parere esterno, la diagnosi gratuita è su contatti: ne parliamo con calma, e se non serve nessun tutor ve lo dico. Per un ragazzo che si è fermato, quasi sempre la cosa più utile non è convincerlo a studiare: è togliere, uno alla volta, i motivi per cui non ci riesce.

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