Siamo ai primi di ottobre e, in molte scuole superiori, tra ottobre e novembre arrivano i colloqui generali con i professori, di solito prima dei consigli di classe di novembre. Le date esatte cambiano da scuola a scuola: le trovate sul registro elettronico o nelle comunicazioni della segreteria. Ogni professore, in quell’occasione, concede a ciascun genitore pochi minuti, spesso una decina quando va bene, a volte meno se la fila è lunga. Chi arriva senza una traccia esce con la frase “va tutto abbastanza bene” o “deve impegnarsi di più”, e a casa non cambia nulla.
Questo post serve a usare quei minuti. Non è una guida per “difendere” vostro figlio e nemmeno per giudicare il professore: è un metodo per tornare a casa con tre informazioni concrete e un piano.
Prima del colloquio: mezz’ora di preparazione
Il lavoro vero si fa nei giorni prima.
1. Guardate il registro con calma. Voti, assenze, note, argomenti svolti. Non per fare l’elenco degli errori, ma per vedere un andamento: i voti sono su una stessa materia in salita o in discesa? Le insufficienze arrivano dopo le assenze? Le verifiche scritte vanno peggio delle orali, o viceversa?
2. Guardate le verifiche corrette, se ci sono. Chiedete a vostro figlio di mostrarvele. Un 5 con tre errori di calcolo distratti racconta una storia diversa da un 5 in cui il compito è rimasto a metà perché non sapeva come iniziare. Non serve capire la materia: serve capire dove sono i segni rossi, se sparsi o concentrati su un solo tipo di esercizio.
3. Parlate prima con lui o con lei. Dieci minuti di conversazione, senza interrogatorio: “Quali materie ti stanno andando bene? Dove ti senti più in difficoltà? C’è un professore che spiega in modo che ti perdi?”. Alle superiori questo passaggio cambia molto il colloquio, e ne parlo più avanti.
4. Scrivete tre domande, non dieci. Con una decina di minuti davanti, tre domande ben fatte valgono più di una lista che non finite. Le scegliete tra quelle della sezione successiva, adattate alla materia.
Se non avete idea del livello reale dello studente e volete un riferimento oggettivo prima di sedervi davanti al professore, potete fargli fare una delle simulazioni per il liceo: non è obbligatoria, ma dà un’indicazione su cosa regge e cosa no, e rende più concrete le domande.
Le domande che servono davvero
“Dove ha perso più punti nelle ultime verifiche?”
È la domanda più utile in assoluto, perché costringe il professore a passare dal giudizio generale (“è discontinuo”) a un fatto (“negli esercizi con le frazioni algebriche sbaglia sempre il segno”). Un fatto si può allenare.
“Secondo lei è una lacuna, un problema di metodo o di attenzione?”
Le tre cause chiedono rimedi diversi:
- Lacuna: manca una base (le equazioni di primo grado non solide, la tabella delle declinazioni mai assimilata). Si recupera tornando indietro e ripassando gli argomenti precedenti, non studiando di più quelli attuali.
- Metodo: lo studente studia, ma male (rilegge senza esercitarsi, studia la sera prima, non si fa mai domande). Si recupera cambiando il modo, e un piano di studio a blocchi con calendario è un buon punto di partenza.
- Attenzione: in classe è distratto, dimentica compiti e materiali, perde il filo. Qui serve capire se è un fatto di concentrazione o di qualcosa che sta intorno (stanchezza, telefono, un cambio di classe, un rapporto difficile).
Spesso sono mescolate. Chiedere al professore quale pesi di più dà un ordine di priorità.
“Che cosa dovrebbe saper fare nelle prossime tre settimane?”
Questa è la domanda che trasforma il colloquio in un piano. Fatela quasi sempre, in qualunque materia. Se la risposta è “deve studiare di più”, insistete con gentilezza: “Di più su quale argomento? C’è una verifica in programma? Che cosa dovrebbe saper fare per considerarla superata?”. Vi serve un obiettivo che si possa controllare, ad esempio “risolvere correttamente le equazioni di secondo grado complete” o “tradurre senza vocabolario le frasi con il cum e il congiuntivo”.
“Come viene valutata la prova?”
Molti genitori non la fanno e sarebbe la più chiarificatrice. In diverse materie esiste una griglia di valutazione (matematica, italiano scritto, lingue): chiedete se è disponibile e quanto pesano procedimento, correttezza dei calcoli, completezza, esposizione. Può capitare che uno studente prenda 5 non perché “non sappia”, ma perché lascia gli esercizi a metà o non scrive i passaggi. Con la griglia davanti, la correzione diventa leggibile.
“Che cosa può fare a scuola per recuperare?”
Se la scuola prevede sportelli, corsi di recupero, interrogazioni di recupero, chiedete come funzionano e come si prenotano. E chiedete se vostro figlio, in classe, partecipa: fa domande, interviene, si fa vedere? Il professore lo sa, e questa informazione conta quanto un voto.
Che cosa non chiedere
- “È portato per la materia?” È una domanda a cui nessun professore può rispondere onestamente in due mesi, e qualunque risposta fa danni: se è “no”, vostro figlio sente un’etichetta, se è “sì”, si rilassa. La capacità in matematica, in latino, in fisica si costruisce con allenamento mirato. Meglio: “Che cosa gli riesce meglio e che cosa gli costa di più?”.
- “Perché ha preso questo voto?” detta con tono di contestazione chiude subito il dialogo. Provate: “Mi aiuta a capire che cosa ha sbagliato in questa prova?”.
- Confronti con i compagni. “Gli altri come vanno?” non dice nulla utile per vostro figlio e mette a disagio chi risponde.
- La richiesta di un voto “più alto”. Un colloquio non è la sede per negoziare i voti. Se pensate che una valutazione sia sbagliata, il modo corretto è chiedere di rivedere la prova e capire i criteri, senza ultimatum.
Come leggere le risposte vaghe
Alcune risposte si sentono spesso e sono quasi sempre generiche, non per cattiva volontà ma perché i professori hanno decine di famiglie da incontrare.
| Quello che sentite | Che cosa chiedere dopo |
|---|---|
| “È un bravo ragazzo, ma deve impegnarsi di più.” | “In che cosa vede mancare l’impegno: compiti, studio, partecipazione? Può farmi un esempio recente?” |
| “È discontinuo.” | “In quali verifiche è andato bene e in quali male? C’è qualcosa che le distingue?” |
| “Ha delle lacune.” | “Su quali argomenti? Sono gli stessi dell’anno scorso o sono nuovi?” |
| “Deve studiare di più a casa.” | “Che cosa dovrebbe fare concretamente in una settimana normale? Quante ore di esercizi?” |
| “Si distrae.” | “Succede in tutte le ore o in alcune? Ha notato un cambiamento rispetto all’anno scorso?” |
L’idea è sempre la stessa: passare dall’aggettivo all’esempio, dall’esempio a un’azione. Se non riuscite a ottenerla in dieci minuti, chiedete se potete scrivere al professore, via mail o registro, per una sola domanda di approfondimento. Molti rispondono volentieri a una domanda precisa.
Se invece il colloquio fa emergere difficoltà più strutturali, come lentezza nello scritto, fatica a leggere e a organizzarsi, difficoltà di attenzione, vale la pena capire come funzionano gli strumenti della scuola. Ne ho scritto in PDP e PEI: differenza e come chiederli alla scuola. Non è un passaggio da fare in fretta né da escludere in partenza: il colloquio può essere il momento giusto per sollevare la questione.
Dopo il colloquio: un piano di tre settimane
Appena uscite, scrivete subito (quando la memoria è fresca) tre righe: che cosa ha detto il professore, che cosa avete capito, che cosa non è chiaro. Poi traducete tutto in un piano breve, con una scadenza vicina.
Tre settimane sono un tempo giusto: abbastanza per vedere un effetto, abbastanza poche per non perdere interesse. Il piano ha tre parti.
- Un obiettivo misurabile. Non “andare meglio in matematica”, ma “risolvere senza errori di segno otto equazioni di secondo grado su dieci” oppure “arrivare alla prossima verifica avendo fatto tutti gli esercizi del capitolo e corretto gli errori”. Un obiettivo si dice misurabile quando, a fine periodo, tutti e due potete dire se è stato raggiunto.
- Un’abitudine concreta. Ad esempio quaranta minuti di esercizi, tre volte la settimana, in giorni fissati sul calendario, con la correzione degli errori sul quaderno. Ne parlo in dettaglio nel piano di studio a blocchi.
- Un punto di controllo. A metà periodo (dopo dieci giorni) vi sedete cinque minuti con vostro figlio: cosa ha funzionato, cosa no. Se l’obiettivo è troppo alto o troppo basso, lo correggete.
Per sapere da dove ricominciare quando la difficoltà è su matematica, nella pagina matematica spiego come imposto il lavoro e su quali argomenti si inciampa più spesso a inizio anno.
Parlarne con vostro figlio: non nascondersi dietro il professore
È la parte più delicata e conta più di tutto il resto. Il colloquio non deve diventare “ho parlato con il professore e mi ha detto che…” in tono di verdetto. Alle superiori i ragazzi si sentono giudicati due volte: dal voto e dal racconto che ne fa un adulto in loro assenza.
Qualche accorgimento che funziona:
- Raccontate cosa avete sentito, comprese le cose positive, per prime e con precisione. “Ha detto che in classe ascolti e che i problemi di fisica li imposti bene” è un dato, non una carezza.
- Presentate le difficoltà come un problema da risolvere insieme, non come una colpa. “Ha detto che nei calcoli con le frazioni perdi punti: come lo vedi tu?” apre una conversazione, “hai preso 5 perché non studi” la chiude.
- Chiedete a lui o a lei di proporre l’obiettivo delle tre settimane. Un piano scelto insieme viene seguito più volentieri di uno imposto.
- Non promettete in suo nome cose che il professore non ha chiesto, e non prendete impegni che non potete controllare.
Quando è meglio che venga con voi
Non sempre è giusto presentarsi da soli. Un ragazzo di quarta o di quinta superiore è spesso in grado di partecipare al colloquio, e in certi casi è la scelta migliore: quando il problema riguarda proprio il rapporto con il professore, quando serve un chiarimento sulla correzione di una prova, o quando c’è da concordare un piano di recupero che ha senso solo se lo capisce e lo accetta direttamente. Con un ragazzo del biennio la scelta dipende dal carattere: alcuni si bloccano, altri crescono molto vedendo che l’adulto e il professore parlano di loro con rispetto. Se avete dubbi, chiedeteglielo prima: la sua risposta vi dice già qualcosa.
Se vi serve un secondo parere
A volte, dopo il colloquio, il quadro resta poco chiaro: il professore dice “lacune” e a voi non è chiaro quali, oppure l’insufficienza si ripete e non sapete se è questione di base o di metodo. In questi casi una breve verifica fuori dalla classe aiuta a mettere a fuoco, senza giudizi e senza voti. Se volete confrontarvi, dalla pagina dei contatti potete prenotare una diagnosi gratuita: guardiamo insieme verifiche e quaderni e vi dico che cosa vedo. Per il caso specifico di una prima insufficienza a inizio anno, trovate un percorso nel post su la prima insufficienza di ottobre, e se vi state chiedendo quanto sia grave una situazione in più materie, c’è quante insufficienze portano alla bocciatura.
In sintesi, la scheda da portare
Tre righe da copiare sul telefono prima di entrare:
- Dove ha perso più punti nelle ultime verifiche?
- È una lacuna, un problema di metodo o di attenzione?
- Che cosa deve saper fare nelle prossime tre settimane, e come verrà valutato?
Con queste tre domande e una decina di minuti ben usati, il colloquio smette di essere una formalità e diventa il primo passo di un piano.