C’è un momento preciso in cui vedo bloccarsi la maggior parte dei miei studenti in questo capitolo: hanno calcolato giusta, magari con un conto anche lungo, e poi restano lì a fissarla come se dovesse dirgli qualcosa da sola. Provano a sostituire numeri, cercano un pattern, aspettano un’illuminazione. Ma la derivata prima non serve per essere guardata: serve per essere studiata nel segno, esattamente come faresti con qualunque altra disequazione. Una volta capito questo, il capitolo si sblocca.
Questo è il quarto pezzo della serie sullo studio di funzione. Se non l’hai ancora fatto, parti da la guida completa allo studio di funzione per avere la mappa di tutti i passaggi, e recupera parte 3: limiti e asintoti se non hai ancora chiuso quel pezzo — qui do per scontato che dominio, simmetrie e asintoti siano già in tasca. Non rifaccio qui le regole di derivazione: quelle le trovi in derivate spiegate bene. Qui la derivata è uno strumento, non l’argomento.
Il segno, non il valore
Ripetiamolo perché è il concetto che regge tutto il capitolo: di non ti interessa quanto vale in un punto, ti interessa se in un certo intervallo è positiva, negativa o nulla. Il valore numerico della derivata (la pendenza esatta della tangente) serve solo in problemi specifici — trovare l’equazione della tangente, un problema di ottimizzazione con vincolo numerico. Per lo studio di funzione, e raccontano esattamente la stessa storia: la funzione sta salendo. A te serve solo il segno.
Concretamente, il procedimento è: calcoli , la scrivi come frazione o prodotto di fattori, e studi come una disequazione qualsiasi — con tutti gli strumenti che già usi per le disequazioni fratte, con radicali, con esponenziali.
Il legame tra segno di f’ e monotonia
Il teorema che usi è semplice da enunciare:
La parola che conta in questa frase è intervallo. La crescenza e la decrescenza sono proprietà che valgono su un pezzo continuo di dominio, non su “tutto il dominio” preso genericamente. Se il dominio è spezzato — tipicamente da un asintoto verticale, come nelle funzioni razionali fratte — non puoi dire “la funzione è crescente su tutto il dominio” anche se il segno di è lo stesso a sinistra e a destra del punto escluso. Devi elencare gli intervalli separatamente: crescente su e crescente su sono due affermazioni diverse da “crescente su ”, perché in quel punto la funzione non è nemmeno definita e il grafico ha un salto (l’asintoto). È uno degli errori più comuni che vedo scrivere in tabella, e te lo segnalo già ora perché lo ritroverai negli esempi svolti più sotto.
Il dominio di f’ può essere più piccolo del dominio di f
Prima di studiare il segno, controlla sempre il dominio della derivata. Non è garantito che coincida con quello di : può essere più piccolo.
Esempio classico:
La derivata è
il cui dominio è : lo zero è escluso, perché lì il denominatore si annulla. Questo non è un dettaglio tecnico da ignorare — significa che in la funzione è definita ma non è derivabile, e come vedrai tra poco quel punto va comunque studiato a parte, perché può nascondere un massimo o un minimo. Salta questo controllo e rischi di perdere un punto importante della funzione senza nemmeno accorgertene.
Punti stazionari: candidati, non certezze
I punti stazionari sono i punti dove : lì la tangente al grafico è orizzontale. Attenzione a come li chiami mentalmente — non sono “i massimi e i minimi”, sono i candidati a esserlo. Trovare ti dice solo che in la funzione ha una tangente piatta: sta a te stabilire cosa succede intorno a quel punto.
Criterio del segno della derivata prima
È il criterio che uso quasi sempre, perché è quello che ti dà anche la monotonia, quindi lo fai comunque. Guardi come cambia il segno di attraversando :
- da a : la funzione smette di crescere e comincia a decrescere → massimo relativo
- da a : la funzione smette di decrescere e comincia a crescere → minimo relativo
- segno invariato (per esempio prima e dopo): la funzione continua a crescere (o decrescere) come se nulla fosse → non è né massimo né minimo, è un flesso a tangente orizzontale
L’esempio da manuale per il terzo caso è in . Qui , che è ovunque e si annulla solo in . Il segno non cambia mai (è sempre ), quindi è sempre crescente, anche attraversando : quel punto è un flesso a tangente orizzontale, non un minimo, anche se la tangente lì è piatta.
Criterio della derivata seconda (anticipazione)
C’è un’alternativa quando calcolare il segno di a mano è scomodo: guardi il segno di .
- e → minimo relativo (la funzione è concava verso l’alto lì)
- e → massimo relativo (concava verso il basso)
- e → il criterio non conclude nulla, devi tornare al segno di
Questo criterio è comodo ma ha un limite chiaro: se non hai risposta, e devi comunque tornare al metodo del segno. Ne parlo per esteso, con la concavità e i flessi veri e propri, nella parte 5: concavità e flessi. Per ora tienilo come strumento di riserva: il segno di resta il metodo che funziona sempre.
Massimi e minimi: relativi contro assoluti
Qui si gioca una distinzione che moltissimi studenti trattano come sinonimi, e non lo sono.
Un massimo (o minimo) relativo è un punto che è il più alto (o basso) solo nel suo intorno: guardando poco a destra e poco a sinistra, in nessun altro punto vicino la funzione supera quel valore. Un massimo (o minimo) assoluto è il più alto (o basso) valore su tutto il dominio (o sull’insieme che stai considerando).
Il punto delicato: un minimo relativo può stare più in alto di un massimo relativo, se si trovano su rami diversi del grafico. Non è una stranezza, è la norma nelle funzioni con asintoti verticali. Prendi la funzione che studiamo per intero più sotto:
Ha un massimo relativo in che vale , e un minimo relativo in che vale . Il “minimo” vale più del “massimo”, perché sono su due rami separati dall’asintoto in e non c’è nessuna contraddizione: il nome massimo/minimo relativo descrive il comportamento locale, non un confronto globale.
Per trovare i massimi e minimi assoluti su un dominio, confronti tra loro:
- i valori di nei punti stazionari e nei punti di non derivabilità interni al dominio;
- i valori di agli estremi del dominio, se sono inclusi (dominio chiuso);
- i limiti di agli estremi, se sono esclusi (dominio aperto, o all’infinito) — in quel caso il massimo o minimo assoluto potrebbe non esistere affatto, perché ti avvicini a un valore senza mai raggiungerlo.
Un riferimento teorico in una riga, perché torna spesso nei problemi con vincolo: il teorema di Weierstrass garantisce che se è continua su un intervallo chiuso e limitato , massimo e minimo assoluti esistono sempre, anche se magari non li trovi tra i punti stazionari (potrebbero cadere proprio agli estremi e ).
Punti di non derivabilità: dove si vince o si perde punti al compito
Questa è la parte che separa davvero un compito impostato bene da uno impostato benissimo. Un punto dove è continua ma non derivabile può comunque essere un massimo o un minimo, e se lo dimentichi nella tabella dei segni lo perdi. Ci sono tre casi, e si distinguono guardando i limiti delle derivate laterali (equivalentemente, il limite del rapporto incrementale da destra e da sinistra).
Punto angoloso: le derivate laterali esistono, sono finite, ma sono diverse tra loro. Il grafico ha uno spigolo netto. Esempio: in :
Finite, diverse. In quel punto c’è, non a caso, un minimo (relativo e assoluto).
Cuspide: le derivate laterali sono entrambe infinite, ma di segno opposto. Il grafico forma una punta acuta, come la cima di una montagna capovolta o dritta. Esempio: in :
Infinite, segni opposti. Anche qui, in c’è un minimo.
Flesso a tangente verticale: le derivate laterali sono entrambe infinite ma dello stesso segno. Il grafico non ha una punta, ha un tratto verticale che la funzione attraversa continuando a salire (o scendere) nello stesso verso. Esempio: in , con
che tende a sia da destra sia da sinistra: stesso segno, quindi non è né massimo né minimo, è un flesso con tangente verticale.
Il punto pratico: ogni volta che c’è un punto di non derivabilità, mettilo in tabella insieme agli zeri di . Il segno di prima e dopo quel punto ti dice comunque se è massimo, minimo o né l’uno né l’altro — la formula del criterio è identica a quella dei punti stazionari, cambia solo che lì non è definita invece di essere zero.
La tabella dei segni di f’: come costruirla senza errori
Nella tabella dei segni di vanno inseriti, in ordine crescente sulla riga della :
- gli estremi del dominio;
- i punti esclusi dal dominio (asintoti verticali, buchi);
- gli zeri di (i punti stazionari);
- i punti di non derivabilità (angolosi, cuspidi, flessi a tangente verticale).
Un esempio di struttura, per una funzione con dominio e nulla in e :
| segno | n.d. | ||||||||
| andamento | crescente | max | decrescente | asintoto | decrescente | min | crescente |
Attenzione a non confonderla con la tabella del segno di (quella della parte 2, dove studi dove il grafico sta sopra o sotto l’asse x): sono due tabelle diverse, con scopi diversi, spesso con gli stessi punti critici ma un significato completamente diverso della riga dei segni. Tenerle separate nella testa — e sul foglio — evita la maggior parte della confusione che vedo al compito.
Due esempi svolti
Esempio 1 — funzione razionale fratta
Derivata con la regola del quoziente:
Il denominatore è sempre positivo (dove definito), quindi il segno di coincide con quello del numeratore : positivo fuori dall’intervallo , negativo dentro.
Tabella: su , su , su , su . Nota che scrivo due intervalli decrescenti separati, e , e non “decrescente su ”: in la funzione non esiste (c’è l’asintoto verticale), quindi non posso unire i due pezzi come se fossero collegati.
Conclusione: massimo relativo in , con ; minimo relativo in , con . Nessuno dei due è assoluto: per la funzione tende a e per tende a (lo vedi dai limiti calcolati in parte 3), quindi su ciascun ramo la funzione copre comunque tutti i valori intermedi — il massimo relativo in 0 non è il punto più alto in assoluto sul ramo di sinistra, ed è qui che si vede bene perché “relativo” e “assoluto” non sono la stessa cosa.
Esempio 2 — funzione con esponenziale
Derivata con la regola del prodotto:
è sempre positivo, quindi il segno di dipende solo da : positivo per , negativo per . Non ci sono punti esclusi dal dominio, quindi qui la monotonia si può dire senza spezzare nulla: crescente su , decrescente su .
In il segno passa da a : massimo relativo, e vale . Dato che per la funzione tende a e per tende a (senza mai risuperare , visto che è l’unico punto stazionario e la funzione è sempre decrescente dopo), questo massimo relativo è anche assoluto.
Gli errori che vedo più spesso
- Studiare il valore invece del segno. Sostituire numeri in per “vedere che numero viene” invece di impostare la disequazione . Perdi tempo e non arrivi a niente di utile per la monotonia.
- Dimenticare i punti di non derivabilità. Concentrarsi solo sugli zeri di e saltare gli angolosi, le cuspidi, i flessi a tangente verticale — che possono benissimo essere un massimo o un minimo anche senza che si annulli lì.
- Dichiarare massimo o minimo senza verificare il cambio di segno. Trovare e scrivere subito “massimo” o “minimo” senza controllare cosa fa il segno prima e dopo — e finire per etichettare come estremo un punto che in realtà è un flesso a tangente orizzontale.
- Dire “crescente su tutto il dominio” con un dominio spezzato. Se c’è un asintoto verticale in mezzo, gli intervalli di monotonia vanno elencati separatamente anche quando il segno di è lo stesso su entrambi i lati.
- Confondere il segno di con quello di . Sono due tabelle diverse con scopi diversi: una ti dice dove il grafico sta sopra o sotto l’asse x, l’altra dove sale o scende. Mescolarle in un’unica riga di conti è la fonte più comune di errori di distrazione.
Come lavoriamo su questo nelle lezioni
- Prima alleniamo il riflesso “vedo o non definita → controllo il segno prima e dopo”, su funzioni semplici, finché diventa automatico prima di passare a quelle più lunghe.
- Ogni esercizio lo costruiamo con la tabella completa — punti esclusi dal dominio, zeri di , punti di non derivabilità — non solo con la conclusione finale, perché è lì che si perdono i punti al compito.
- Lavoriamo su funzioni con dominio spezzato apposta, perché è dove nasce quasi ogni errore di “crescente su tutto il dominio” mal scritto.
- In genere bastano 2-3 lezioni per fissare bene questo passaggio dello studio di funzione, una volta che i limiti e gli asintoti della parte 3 sono già solidi.
Il prossimo passaggio naturale è la concavità: vai alla parte 5: concavità e flessi. Se vuoi rivedere lo studio di funzione con me, dalle basi o solo sui punti deboli, nelle mie lezioni di matematica partiamo sempre da dove ti blocchi tu: scrivimi per una diagnosi gratuita.