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Studio di funzione, parte 2: intersezioni e studio del segno

Intersezioni con gli assi e studio del segno: come si trovano, la tabella dei segni e i casi tipici (fratta, logaritmo, esponenziale).

di Gaetano Livornese

  • #matematica
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Se dovessi indicare il passaggio più sottovalutato in tutto lo studio di funzione, non avrei dubbi: è lo studio del segno. Non perché sia difficile — è quasi sempre il pezzo più meccanico di tutto il procedimento — ma perché la maggior parte degli studenti lo calcola, lo scrive su un rigo, e poi non lo usa più. Arrivano al grafico finale e ridisegnano tutto a intuito, ignorando che avevano già in mano l’informazione che gli diceva esattamente dove il grafico poteva passare e dove no.

È un errore che costa caro, perché il segno — insieme agli zeri — chiude intere regioni del piano. Fatto bene, il resto dello studio di funzione (limiti, asintoti, derivate) diventa quasi un controllo di coerenza: se il grafico che stai disegnando entra in una zona vietata dal segno, sai già che hai sbagliato qualcosa. Prima però bisogna sapere come arrivarci, e da dove: dal capitolo precedente, parte 1: dominio e simmetrie, che è il prerequisito assoluto di quello che segue — non puoi studiare il segno fuori dal dominio.

Intersezione con l’asse y

Si comincia dalla parte più semplice, quella che spesso si liquida in una riga. L’intersezione con l’asse y è il valore , cioè il punto — ma solo se 0 appartiene al dominio. Se il dominio esclude lo zero, l’intersezione con l’asse y semplicemente non esiste, e va scritto in chiaro, non sottinteso.

Esempio:

Il dominio è (per via del logaritmo, che è più restrittivo di ). Lo zero non appartiene al dominio: niente intersezione con l’asse y, punto. Molti studenti a questo punto scrivono comunque “interseca l’asse y in ” per abitudine, senza controllare — è un errore banale ma frequente.

Un dettaglio che vale la pena fissare bene, perché torna utile più avanti quando disegni il grafico: l’intersezione con l’asse y, se esiste, è una sola. È una conseguenza diretta della definizione di funzione — a ogni del dominio corrisponde un solo valore di , quindi la retta verticale può incrociare il grafico al massimo in un punto. Con l’asse x invece non c’è questo vincolo: le intersezioni possono essere zero, una, due, o anche infinite (pensa a ).

Intersezioni con l’asse x (gli zeri)

Qui si tratta di risolvere , sempre dentro il dominio trovato in parte 1. La tecnica cambia a seconda della forma della funzione.

Funzione fratta. Una frazione è zero quando è zero il numeratore, a patto che il denominatore in quel punto non sia anch’esso zero. L’errore classico — lo vedo praticamente ogni settimana — è annullare “tutta l’espressione” senza distinguere sopra e sotto, oppure dimenticarsi di controllare che il denominatore non si annulli nello stesso punto (nel qual caso non avresti uno zero, ma un punto escluso dal dominio). La procedura corretta: risolvi numeratore , poi verifichi che ogni soluzione trovata renda il denominatore diverso da zero.

Prodotto di fattori. Vale la legge di annullamento del prodotto: un prodotto è zero se e solo se almeno uno dei fattori è zero:

Sembra ovvio scritto così, ma su prodotti di tre o quattro fattori (magari con dentro anche radici o esponenziali) è facile perderne uno per strada.

Radice, logaritmo, esponenziale. Qui casca spesso anche chi è solido sul resto:

  • non è mai zero, per nessun valore di : l’esponenziale è una funzione strettamente positiva su tutto il suo dominio. Se ti trovi a “risolvere” , la risposta è: nessuna soluzione, sempre. Non esiste un valore che annulli un esponenziale.
  • (e non , che è invece la condizione sul dominio). Confondere queste due condizioni — per il dominio, per lo zero — è uno degli errori più comuni su questo capitolo.
  • Una radice , sempre verificando che quel valore stia nel dominio (dove serve ).

Molteplicità pari o dispari. Se uno zero nasce da un fattore elevato a potenza, come oppure , la molteplicità di quello zero cambia il comportamento del grafico proprio in quel punto:

  • molteplicità dispari (1, 3, 5…): il grafico attraversa l’asse x, il segno cambia da un lato all’altro dello zero;
  • molteplicità pari (2, 4…): il grafico tocca l’asse x e torna indietro (tangenza), il segno resta lo stesso ai due lati dello zero.

Questo collega direttamente al prossimo paragrafo: la molteplicità è già, di fatto, un’informazione sul segno, non solo sulla forma del grafico vicino allo zero.

Quando l’equazione non è risolubile elementarmente. Capita, soprattutto con funzioni miste (per esempio ): non esiste un metodo algebrico che isoli . In questi casi l’approccio onesto non è “arrenderti”, ma dichiarare esplicitamente che lo zero esiste per via del teorema degli zeri (o teorema di Bolzano): se è continua su e e hanno segno discorde, allora esiste almeno uno zero in . Trovi due valori dove la funzione cambia segno, dichiari “esiste uno zero che non si può esprimere in forma chiusa”, e — se serve una stima — restringi l’intervallo a bisezione. Non è una scappatoia: è il modo corretto di trattare un caso che non ha soluzione elementare, e un esaminatore lo apprezza più di un tentativo di algebra impossibile.

Studio del segno: il metodo

Una volta trovati gli zeri e i punti esclusi dal dominio, si tratta di risolvere (il caso è il complementare). Il metodo standard è la tabella dei segni, e vale la pena farla bene, perché è lo strumento che userai identico per ogni funzione da qui in avanti.

Come si costruisce: scomponi nei suoi fattori (numeratore, denominatore, eventuali fattori separati di un prodotto). Ogni fattore diventa una riga della tabella. Le colonne sono gli intervalli in cui l’asse x viene diviso da tutti i valori “critici”: gli zeri di ciascun fattore e i punti esclusi dal dominio. Questo è il punto che quasi tutti dimenticano: i punti esclusi dal dominio vanno segnati in tabella esattamente come gli zeri, altrimenti perdi l’informazione su dove la funzione cambia comportamento per un salto o un asintoto.

Per ogni riga, segni con o il segno del fattore in ciascun intervallo (basta un valore di prova per intervallo), e nell’ultima riga applichi la regola del prodotto/quoziente dei segni: un numero pari di fattori negativi dà segno positivo, un numero dispari dà segno negativo — esattamente come nella moltiplicazione tra numeri relativi. Nei punti esclusi dal dominio la riga finale resta “vuota” (funzione non definita lì), non zero.

Schema generico (i simboli sono solo indicativi):

fattore 1
fattore 2 (denom.)escluso
segno di n.d.

Dove è uno zero e è un punto escluso dal dominio: nella colonna di la funzione non è definita, non vale zero.

Casi tipici svolti

1. Razionale fratta

Dominio: . Zeri: numeratore , entrambi diversi da , quindi validi. Fattori: positivo per o , negativo tra e ; positivo per , negativo per .

escluso
segno di n.d.

Quindi

zeri (molteplicità 1, quindi attraversamento) in .

2. Con logaritmo

Dominio: serve . Scomponendo, oppure .

Zeri: risolvo , cioè , che dà

Numericamente e ; entrambi cadono nel dominio (rispettivamente e ), quindi sono zeri validi.

Il punto centrale, ed è il motivo per cui questo è un buon esempio: dato che è strettamente crescente, il segno di si riduce a confrontare l’argomento con , senza più bisogno di pensare al logaritmo:

Intersecando con il dominio ( o ):

3. Con esponenziale

Dominio: tutto . Zeri: . Ma non è mai zero (come detto sopra), quindi l’unico zero è .

Per il segno: per ogni , quindi il fattore esponenziale non contribuisce mai a cambiare segno — puoi “cancellarlo” dal ragionamento e concentrarti solo sull’altro fattore:

Quindi per , per , zero (attraversamento) in .

Trucchi che fanno risparmiare tempo

Qualche scorciatoia legittima, che uso sempre nelle correzioni:

  • Fattori sempre positivi si cancellano dal ragionamento sul segno, non dal calcolo degli zeri. Quadrati come , esponenziali , radici pari (dove definite): se un fattore è sempre o sempre , non incide sul segno complessivo — lo elimini dalla tabella e lavori solo sui fattori che possono davvero cambiare segno.
  • Il segno di è opposto a quello di . Sembra ovvio, ma su espressioni lunghe aiuta riscrivere per portare fuori un segno meno e ridurre il numero di casi.
  • Simmetria pari/dispari eredita il segno. Se hai già stabilito in parte 1 che la funzione è pari, il segno per è identico a quello per (basta studiarlo su metà dominio e “specchiare”); se è dispari, il segno si ribalta passando da a .

Come si usa il segno sul grafico

Questo è il punto che voglio che tu porti a casa più di ogni altro: segno e zeri, presi insieme, ti dicono già in quale semipiano vive ogni ramo del grafico, prima ancora di calcolare una derivata.

Nella pratica: quando disegni gli assi, campisci (anche solo mentalmente, o con una matita leggera) le zone dove la funzione non può stare — sopra l’asse x negli intervalli dove il segno è negativo, sotto l’asse x dove è positivo. Quello che resta è un corridoio, spesso stretto, dentro cui il grafico è vincolato a passare. Quando più avanti disegni il grafico definitivo con asintoti e derivate, quel corridoio è un controllo automatico: se il ramo che stai tracciando esce da lì, hai sbagliato qualcosa a monte, non nel disegno.

Segno di f vs segno di f′ (anticipazione)

Un chiarimento che faccio sempre esplicitamente, perché è l’errore numero uno di tutta la serie: la tabella del segno di e la tabella del segno della derivata sono due tabelle diverse, che rispondono a domande diverse. La prima ti dice dove il grafico sta sopra o sotto l’asse x. La seconda (che vedremo più avanti nella serie) ti dice dove la funzione cresce o decresce.

Non c’è nessuna contraddizione in una funzione che è negativa e crescente allo stesso tempo — pensa a un ramo che sale da a : sta sempre sotto l’asse x (segno negativo) mentre cresce (derivata positiva). Tenere separati questi due studi, e le due tabelle, evita la maggior parte della confusione quando si arriva a unire tutte le informazioni nel grafico finale.

Gli errori che vedo più spesso

  1. Annullare l’intera frazione invece del solo numeratore. non ha come soluzioni gli zeri di tutta l’espressione insieme: solo (numeratore), verificando che non annulli il denominatore.
  2. “Risolvere” . Non ha soluzione, mai. Se ti ritrovi a cercarla, hai sbagliato l’impostazione del passaggio precedente.
  3. Dimenticare i punti esclusi dal dominio nella tabella dei segni. Solo gli zeri non bastano: un punto dove la funzione non è definita spezza comunque un intervallo e va segnato, altrimenti la tabella “mente” su un tratto intero.
  4. Confondere la condizione di dominio con la condizione di zero nel logaritmo. è il dominio, è lo zero: sono due equazioni diverse sullo stesso argomento, e vanno tenute separate.
  5. Usare la tabella del segno di per rispondere a una domanda sul segno di (o viceversa). Sono due studi indipendenti; mischiarli produce grafici che sembrano plausibili ma sono matematicamente sbagliati.

Come lavoriamo su questo nelle lezioni

  • Prima la tabella fatta a mano su carta, riga per riga, prima di qualunque scorciatoia: è l’unico modo per interiorizzare davvero perché i punti esclusi dal dominio ci devono stare.
  • Alleniamo il riconoscimento dei casi (fratta, prodotto, radice, logaritmo, esponenziale) su esercizi misti, non uno alla volta, perché al compito arrivano mescolati.
  • Colleghiamo sempre segno e grafico: dopo ogni tabella, chiedo di disegnare a mano libera “dove può e non può stare” il grafico, prima di passare oltre.
  • In genere bastano 1-2 lezioni per padroneggiare questo passaggio da solo; il salto di qualità vero arriva quando lo si combina con derivate e asintoti nel grafico completo, che è il modo in cui affronto l’analisi del quinto anno nel percorso di matematica.

Il capitolo precedente è parte 1: dominio e simmetrie; il prossimo è parte 3: limiti e asintoti. Se lo studio di funzione è il tuo punto debole, scrivimi per una diagnosi gratuita.

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