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Età giolittiana e Prima guerra mondiale: verifica di storia in quinta

Età giolittiana e Prima guerra mondiale, il blocco che apre la quinta: cause della guerra, bilancio di Giolitti e vittoria mutilata per la prima verifica.

di GL Ripetizioni

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Settembre è appena cominciato, e in quinta il programma di storia riparte sempre dallo stesso punto: fine Ottocento, età giolittiana, Prima guerra mondiale. È il blocco delle prime tre-quattro settimane di lezione, e la prima verifica o interrogazione arriva già a ottobre — troppo presto per rimediare se a settembre lo si è solo sfogliato.

C’è un motivo in più per prendere sul serio questo blocco proprio ora: è lo stesso argomento che torna al colloquio di maturità, a maggio, quasi sempre agganciato a un’altra materia — letteratura, filosofia, storia dell’arte. Studiarlo bene adesso, con calma, significa non doverlo rimettere in piedi la settimana prima dell’orale.

Qui trovi che cosa chiede davvero la verifica in questo periodo, gli errori più frequenti, due schemi da tenere sotto mano e un esempio di come si risponde a voce a una domanda di collegamento.

Cosa chiede la verifica di storia a inizio quinta

Nelle prime interrogazioni di quinta il professore raramente chiede solo “elenca le riforme di Giolitti” o “quando è iniziata la guerra”. Chiede di collegare: distinguere due livelli di cause, valutare un bilancio con luci e ombre, spiegare perché l’Italia entra in guerra contro gli alleati con cui era ancora formalmente legata da un trattato. Sono domande che richiedono di aver capito la logica degli eventi, non solo di averli letti.

È anche il motivo per cui il compito di storia di quinta separa chi ha lavorato sul manuale da chi lo ha solo scorso: le date e i nomi propri li recuperano tutti all’ultimo momento, i nessi no.

Gli errori che costano più punti

Nei primi compiti e nelle prime interrogazioni di quinta si ripetono sempre gli stessi tre o quattro errori.

Il primo è mettere tutte le cause della guerra sullo stesso piano: nazionalismi, corsa agli armamenti e attentato di Sarajevo in fila, come se pesassero uguale — non pesano uguale, ed è il punto di cui parliamo tra poco.

Il secondo è giudicare Giolitti in bianco e nero — “grande riformatore” oppure “politico corrotto” — ignorando metà dei fatti. Il manuale non chiede di schierarsi, ma di tenere insieme entrambe le facce.

Il terzo è confondere l’alleanza dell’Italia con la sua entrata in guerra: nel 1914 è ancora nella Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, ma nel 1915 entra in guerra proprio contro l’Austria-Ungheria — chi salta questo passaggio scrive frasi contraddittorie senza accorgersene.

Il quarto è lasciare il dopoguerra “sospeso”, fermarsi all’armistizio del 1918 senza arrivare alla crisi dello Stato liberale: l’errore più costoso al colloquio di maturità, perché è lì che l’esaminatore cerca il collegamento con l’argomento successivo.

Giolitti: riformatore o trasformista? Il bilancio che serve al compito

Giovanni Giolitti domina la scena politica italiana dai primi anni del Novecento al 1914. Rispetto ai governi precedenti cambia registro: non reprime più con l’esercito gli scioperi del Nord, estende l’assicurazione contro infortuni e vecchiaia, nazionalizza le ferrovie nel 1905, e con la legge elettorale del 1912 allarga il voto a quasi tutti gli uomini maggiorenni — il passo più ampio verso il suffragio universale maschile fatto fino a quel momento.

Lo stesso periodo mostra il rovescio della medaglia: nel 1913 si appoggia al patto Gentiloni, l’accordo informale con i cattolici moderati che scambia il loro sostegno elettorale con impegni contrari al divorzio; nel Mezzogiorno il consenso continua a passare da prefetti e notabili locali più che da un programma; e nel 1911 apre la guerra di Libia, campagna coloniale costosa che stona con l’immagine di un esecutivo tutto riforme interne.

Da qui la domanda che il compito fa quasi sempre — “Giolitti fu più riformatore o più trasformista?” — e la risposta piena tiene insieme le due colonne, non ne sceglie una sola:

Riforme e aperturaLimiti e contraddizioni
Non reprime più gli scioperi con la forza, a differenza dei governi di fine OttocentoMantiene il controllo del voto nel Mezzogiorno tramite prefetti e notabili locali
Legislazione sociale: assicurazione contro infortuni, vecchiaia, tutela del lavoroPatto Gentiloni (1913): il consenso cattolico si compra con impegni su temi come il divorzio
Nazionalizzazione delle ferrovie (1905)Questione meridionale mai affrontata alla radice
Legge elettorale 1912: suffragio quasi universale maschileGuerra di Libia (1911-12): impresa coloniale costosa, in contraddizione con il profilo riformista

Il manuale chiama questo doppio binario trasformismo: includere nel sistema forze prima escluse — socialisti moderati, cattolici — usando però gli stessi strumenti clientelari che quelle forze avrebbero dovuto superare. Non un giudizio da dare per scontato, ma il concetto da argomentare con i fatti della tabella.

Le cause della guerra: separare strutturali e occasionali

Il secondo punto su cui si gioca la differenza tra un’insufficienza e un voto alto è distinguere due livelli di cause della Prima guerra mondiale, che il manuale tratta separatamente.

Le cause strutturali sono le condizioni di fondo che rendono possibile un conflitto europeo generale: nazionalismi (rivendicazioni francesi sull’Alsazia-Lorena, irredentismo italiano su Trento e Trieste, tensioni balcaniche tra panslavismo austro-ungarico e serbo), imperialismo e competizione coloniale, corsa agli armamenti — soprattutto navale, tra Regno Unito e Germania — e il sistema delle alleanze contrapposte: Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Italia) contro Triplice Intesa (Francia, Regno Unito, Russia). Esistono da anni e non bastano da sole a scatenare la guerra, ma la rendono probabile.

La causa occasionale è l’evento preciso che fa scattare il meccanismo: l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, in cui l’arciduca Francesco Ferdinando viene ucciso da un nazionalista bosniaco. Da solo non spiega una guerra mondiale; è il sistema di alleanze già teso a trasformarlo in pochi giorni in un conflitto tra tutte le grandi potenze, con l’ultimatum austriaco alla Serbia e la catena di dichiarazioni che segue.

LivelloFattoriFunzione
StrutturaliNazionalismi, imperialismo, corsa agli armamenti, sistema delle alleanzeRendono il conflitto probabile, maturano da anni
OccasionaleAttentato di Sarajevo, 28 giugno 1914Innesca il conflitto, ma non lo spiega da solo

La frase da avere pronta: le cause strutturali spiegano perché la guerra era possibile, la causa occasionale perché è scoppiata proprio nell’estate del 1914 e non prima o dopo. Chi riduce tutto a Sarajevo si ferma al livello superficiale; chi si ferma alle grandi cause senza dire cosa ha acceso la miccia in quel momento, perde l’altra metà della risposta.

Dalla neutralità all’intervento: come decise l’Italia

Nell’agosto 1914 l’Italia, pur membro della Triplice Alleanza, dichiara la neutralità: la giustificazione ufficiale è che il patto aveva natura difensiva, e l’Austria-Ungheria aveva attaccato la Serbia per prima. Si apre un anno di dibattito tra due schieramenti.

I neutralisti — la maggior parte dei socialisti, i cattolici, buona parte dei liberali giolittiani — sono convinti che l’Italia possa ottenere vantaggi restando fuori dal conflitto. Gli interventisti sono un fronte più eterogeneo: nazionalisti, futuristi, democratici, e un gruppo di ex socialisti — tra cui Mussolini, espulso dal partito per questo — che spinge per entrare in guerra a fianco dell’Intesa.

A decidere non è il dibattito parlamentare. Nell’aprile 1915 il governo Salandra-Sonnino firma il Patto di Londra, accordo segreto con la Triplice Intesa che promette all’Italia, in cambio dell’intervento entro un mese, Trentino, Alto Adige fino al Brennero, Trieste e parte della costa dalmata. Il Parlamento, a maggioranza neutralista, non viene consultato. Nelle settimane successive le manifestazioni interventiste — le “radiose giornate di maggio” — mettono pressione sul re e sull’opinione pubblica, e il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria.

Il punto che il compito vuole vedere: l’ingresso in guerra non nasce da una decisione parlamentare ordinaria, ma da un accordo diplomatico riservato seguito da una pressione di piazza che scavalca un’assemblea di segno opposto — un caso concreto, non un’affermazione generica sul “ruolo del Parlamento”.

La guerra come fatto totale: trincea, economia, fronte interno

Sul fronte italiano si combatte soprattutto lungo l’Isonzo e sul Carso, con undici battaglie che spostano la linea di pochi chilometri a fronte di perdite enormi: è la guerra di trincea, statica e logorante, molto diversa dalla guerra di movimento prevista nel 1914. Nell’ottobre 1917 la disfatta di Caporetto costringe l’esercito a ritirarsi fino al Piave; la tenuta su quella linea e la controffensiva di Vittorio Veneto, tra ottobre e novembre 1918, portano all’armistizio di Villa Giusti del 4 novembre.

La trincea, però, è solo una parte del quadro che il manuale chiama guerra totale: per la prima volta un conflitto richiede la mobilitazione di un intero paese, non solo dei suoi eserciti. L’industria si converte alla produzione bellica sotto il controllo statale, si introduce il razionamento alimentare, e sul fronte interno le donne prendono il posto degli uomini nelle fabbriche e nei campi. Lo Stato gestisce anche il consenso, con la censura su stampa e corrispondenza dal fronte e una propaganda che deve tenere alto il morale in una guerra più lunga e sanguinosa di quanto chiunque avesse previsto.

La domanda di collegamento: una risposta da tre minuti sulla vittoria mutilata

Le domande che aprono l’orale di storia in quinta chiedono quasi sempre di collegare un fatto puntuale a una conseguenza più ampia. Una delle più frequenti su questo blocco è: “perché la vittoria mutilata pesa sulla crisi del dopoguerra?”. Ecco come la costruiamo, in circa tre minuti.

“Alla Conferenza di pace di Parigi, nel 1919, l’Italia ottiene con il trattato di Saint-Germain gran parte di quanto promesso nel Patto di Londra: Trentino, Alto Adige fino al Brennero, Trieste e Istria. Non ottiene la Dalmazia, assegnata in gran parte al nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni, né Fiume, che non era nemmeno inclusa nel Patto di Londra ma che i nazionalisti rivendicavano per la sua popolazione a maggioranza italiana.

Su questo scarto tra attese e risultato, Gabriele d’Annunzio conia l’espressione vittoria mutilata: l’idea che l’Italia abbia vinto la guerra sul campo ma l’abbia persa al tavolo delle trattative. È uno slogan nazionalista, non un giudizio storiografico neutro — ma è importante perché diventa un racconto che molti italiani, i reduci in primo luogo, trovano convincente.

Questo racconto si salda a una crisi con ragioni economiche e sociali concrete: centinaia di migliaia di reduci senza lavoro, inflazione, e nel 1919-1920 il biennio rosso, occupazioni di fabbriche e terre in tutto il paese. Chi si sente defraudato dalla pace e chi teme una rivoluzione sul modello russo trovano, per motivi opposti, lo stesso bersaglio: uno Stato liberale che appare incapace di rispondere. In questo doppio vuoto — risentimento nazionalista e paura sociale — nascono nel 1919 i Fasci di combattimento, e in tre anni si arriva alla marcia su Roma del 1922. La vittoria mutilata da sola non spiega il fascismo, ma è una delle due leve che il fascismo delle origini usa per farsi largo — ed è per questo che il programma la mette all’inizio del capitolo successivo.”

Questa risposta vale il massimo perché parte dal fatto puntuale, lo inquadra come narrazione politica e non come verità assoluta, e lo collega a una causa concreta — non a un generico “clima di malcontento” — dell’ascesa del fascismo.

Il metodo, da qui a ottobre

Con circa tre settimane prima della prima verifica, l’ordine di lavoro più efficiente è questo:

  1. Costruisci la linea del tempo essenziale: otto o dieci date, non di più — 1911-12 guerra di Libia, 1912 legge elettorale, 1914 Sarajevo e neutralità italiana, 1915 Patto di Londra e intervento, 1917 Caporetto, 1918 Vittorio Veneto e armistizio, 1919 trattati di pace e vittoria mutilata, 1922 marcia su Roma.
  2. Per Giolitti, scrivi le due colonne prima di leggere il giudizio del manuale: riforme da una parte, limiti dall’altra, con i fatti e non con gli aggettivi.
  3. Per le cause della guerra, tieni sempre separati due elenchi: quello che rende la guerra possibile e quello che la fa scoppiare in quel momento.
  4. Per l’intervento italiano, impara la sequenza con chi decide cosa: neutralità del governo, dibattito pubblico, patto firmato dal governo, pressione di piazza, voto finale.
  5. Non lasciare il 1918 come punto di arrivo: traccia sempre la freccia esplicita fino alla crisi dello Stato liberale, così l’argomento successivo del programma non parte da un buco.

Come lavoriamo su questo, in lezione

Con chi inizia la quinta lavoriamo su questo blocco con lo stesso schema: prima la linea del tempo, poi le due tabelle costruite insieme — non consegnate già fatte — poi la simulazione a voce della domanda di collegamento, perché dirlo in tre minuti senza impappinarsi si allena parlando, non solo scrivendo. È lo stesso motivo per cui il quinto anno chiede un metodo diverso dagli altri quattro: ne parliamo nella guida su come impostare l’anno della maturità da settembre.

Per allenarti da solo sul carico di verifiche della quinta trovi le verifiche simulate del liceo: al momento coprono matematica e fisica, non storia, ma danno un’idea concreta delle prove a tempo che ti aspettano da qui a giugno. La risposta corretta è gratuita e senza registrazione; la soluzione guidata si sblocca con la prima lezione.

Le lezioni sono online e individuali, un’ora alla volta: 40 € la lezione singola, 360 € un pacchetto di 10 ore (36 €/h), o una lezione di prova a 20 € se non ci conosciamo ancora. Pagamento offline — bonifico, Satispay, PayPal, carta, Apple Pay o Revolut. Per le materie umanistiche del triennio, dalla storia alla filosofia, il quadro completo è nella pagina delle materie umanistiche.

Se il programma di storia di quinta è già un pensiero — o vuoi solo capire da dove cominciare — scrivici: la prima chiamata conoscitiva di 30 minuti è gratuita, e guardiamo insieme il tuo programma prima di dirti quante lezioni servono davvero.

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