Il colloquio in inglese è una delle situazioni in cui il divario tra il tuo livello reale e la tua performance è più grande. Persone che parlano inglese ogni giorno al lavoro mi arrivano terrorizzate all’idea di trenta minuti di intervista: perché in un colloquio non devi solo capire e farti capire, devi venderti in una lingua che non è la tua, sotto pressione, con qualcuno che sta giudicando anche come ti esprimi.
La buona notizia è che i colloqui in inglese sono estremamente prevedibili. Le domande sono quasi sempre le stesse, si aspettano risposte con una struttura precisa, e le formule linguistiche utili sono un numero finito. Prepararsi non significa imparare un monologo a memoria — significa avere pronti i mattoni con cui costruire le risposte.
Vale sia per chi cerca un ruolo in un’azienda internazionale, sia per studenti che affrontano un colloquio di ammissione, un’Erasmus interview o una selezione per uno stage all’estero.
”Tell me about yourself”: la domanda che decide il tono
È quasi sempre la prima e quasi sempre la peggio gestita. L’errore tipico degli italiani è raccontare la biografia in ordine cronologico dalla scuola in poi, oppure — l’opposto — liquidarla in due frasi imbarazzate.
Chi ti intervista non vuole la tua storia: vuole capire in novanta secondi perché sei rilevante per quel ruolo. La struttura che funziona è presente → percorso → futuro:
✅ “I’m currently a project engineer at [Company], where I manage a portfolio of industrial automation projects. Before that, I completed my Master’s in Mechanical Engineering at Politecnico di Milano, which is where I first got into process optimisation. What I’m looking for now is a role with more international exposure, which is exactly why this position caught my attention.”
Nota due cose. Primo: I’m currently… — il present continuous è il tempo giusto per il tuo ruolo attuale. Secondo: la risposta finisce puntando alla posizione per cui ti stai candidando, non alla tua storia personale.
❌ “I was born in Bari and I have studied engineering…” — dove sei nato non interessa, e “I have studied” qui è sbagliato: per un percorso concluso serve il past simple (I studied, I completed).
Punti di forza e debolezze senza cliché
“What would you say your strengths are?” e “What’s your greatest weakness?” arrivano quasi sempre. Il segreto è che nessuna delle due è una domanda sulla tua personalità: sono domande su quanto sei consapevole di te stesso.
Per i punti di forza, la regola è una qualità + una prova concreta. Un aggettivo da solo non convince nessuno.
❌ “I am a very hard worker and I am precise.” ✅ “I’d say my main strength is staying organised under pressure. Last year I was running three client projects at the same time, and we delivered all of them on schedule.”
Per le debolezze, evita sia il finto difetto (“I’m a perfectionist” — chi intervista lo ha sentito mille volte) sia la confessione autolesionista. La formula giusta è difetto reale + cosa stai facendo per gestirlo:
✅ “I used to find it difficult to delegate, because I wanted to keep control of the details. I’ve been working on it by setting clearer expectations upfront with the team, and it’s made a real difference.”
Utile qui la struttura I used to… (una volta facevo / ero) — dice esattamente “prima sì, adesso non più” ed è perfetta per raccontare un miglioramento.
Le domande comportamentali e il metodo STAR
“Tell me about a time when you had a conflict with a colleague.” “Give me an example of a project that didn’t go to plan.” “Describe a situation where you had to meet a tight deadline.”
Sono le behavioural questions e nel mondo anglosassone sono il cuore del colloquio. Chi ti intervista non vuole opinioni: vuole un episodio concreto. E si aspetta che tu lo racconti nell’ordine noto come STAR:
- Situation — il contesto, in una frase
- Task — qual era il tuo compito o problema
- Action — cosa hai fatto tu (non “il team”)
- Result — com’è finita, con un numero se possibile
✅ “We were three weeks from launch when our main supplier pulled out (S). I was responsible for keeping the timeline (T), so I shortlisted two alternative suppliers, renegotiated the delivery terms and re-planned the final phase with the team (A). We launched only four days late, and we’ve kept one of those suppliers ever since (R).”
Dal punto di vista linguistico questa è la parte più insidiosa, perché racconti il passato: serve un past simple pulito. Attenzione al calco dall’italiano con il present perfect — in un racconto concluso e datato è sbagliato.
❌ “Last year I have managed a difficult client.” ✅ “Last year I managed a difficult client.”
Prepara tre o quattro episodi in formato STAR prima del colloquio e li potrai riciclare su quasi qualsiasi domanda comportamentale.
Parlare di soldi, disponibilità e motivazione
“Why do you want to work here?” pretende che tu abbia fatto i compiti sull’azienda. Cita qualcosa di specifico:
✅ “I’ve been following your expansion in the Nordic market, and the way you’ve integrated sustainability into the product line is something I’d really like to contribute to.”
“Why are you leaving your current job?” è una trappola solo se ci cadi. Mai criticare il datore attuale — riformula sempre in positivo:
❌ “My manager doesn’t appreciate my work and the company is badly organised.” ✅ “I’ve learned a lot in my current role, but I’ve reached a point where I’m looking for more responsibility than the structure there allows.”
“What are your salary expectations?” Se puoi, sposta la palla:
✅ “Based on my experience and the market, I’d be looking at a range of X to Y, but I’m open to discussing the whole package. Could you tell me what range you’ve budgeted for this role?”
E se una domanda non la capisci, chiedi — non improvvisare:
✅ “Sorry, could you rephrase that? I want to make sure I answer the right question.”
Chiudere: le domande da fare tu
Alla fine arriva “Do you have any questions for us?”, e rispondere “No, I think everything is clear” è un’occasione buttata. Averne due o tre pronte segnala interesse reale:
- “How would you describe the team I’d be working with?”
- “What would success look like in the first six months?”
- “What are the biggest challenges facing the team right now?”
- “What are the next steps in the process?”
E per chiudere lasciando una buona impressione:
✅ “Thank you for your time — I’ve really enjoyed the conversation, and I’m very interested in the role.”
Il giorno dopo, una email breve di ringraziamento (thank-you email) è prassi normale nel mondo anglosassone e in Italia la scrivono pochissimi: due righe che ricordano chi sei e perché ti interessa il ruolo ti fanno risaltare a costo quasi zero.
Come prepararsi davvero (e non solo leggere)
Leggere le risposte modello serve a capire la struttura, ma il colloquio si vince con la bocca, non con gli occhi. Tre cose che funzionano:
- Scrivi le tue risposte, poi buttale via. Preparare per iscritto i tuoi tre episodi STAR e il tuo tell me about yourself serve a fissare contenuto e vocabolario. Poi devi allenarti a dirli, non a recitarli: se suonano imparati a memoria, l’effetto è peggiore che improvvisare.
- Registrati mentre rispondi a voce alta. Scoprirai le esitazioni, i “how do you say…” e gli errori di tempo verbale che nel silenzio della tua testa non senti.
- Fai una simulazione con qualcuno che ti interrompe. Il colloquio vero non è un monologo: sono domande di follow-up, richieste di dettagli, cambi di direzione. È qui che la preparazione diventa robusta.
Nelle lezioni di inglese le simulazioni di colloquio sono una delle richieste più frequenti: lavoriamo sulle tue risposte reali, sul tuo settore e sui tuoi errori ricorrenti, con feedback immediato su cosa suona naturale e cosa no.
Se hai un colloquio in agenda e vuoi arrivarci preparato, scrivimi e vediamo insieme come impostare il percorso nel tempo che hai.